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Dior, il Salento e il lavoro geniale perduto nella diaspora del nuovo millennio

Dior ha scelto Lecce come una delle tappe del suo tour di sfilate 2020 e la notizia, ovviamente, in città ha fatto sin da subito grande scalpore. Noi gente del Sud siamo fatti così; siamo distanti, periferici, il mondo ci ignora e quindi, una volta tanto che ci ritroviamo i riflettori addosso, si risveglia in noi l’orgoglio patriottico sopito.

Ognuno ha interpretato questo evento un po’ come ha creduto lecito: come al solito, si è venuta a creare una contrapposizione, due schieramenti, quelli dei ‘pro’ e quello dei ‘contro’. E giù di pettegolezzi, rumors sui vip che avrebbero aderito alla kermesse, critiche spesso incoerenti e male argomentate. Il chiacchiericcio è aumentato soprattutto nei giorni immediatamente precedenti alla grande sfilata che ieri, 22 luglio 2020, si è tenuta in Piazza del Duomo a Lecce.

Non mi occupo di moda, non mi occupo di eventi né di movida, ma in questa manifestazione internazionale, non ho potuto fare a meno di pensare al mercato del lavoro salentino. Vi spiego perché.

Innanzitutto, va visionato e analizzato attentamente questo video della durata di 26 minuti. La mia attenzione si è focalizzata, non tanto sui vestiti, quanto su tutto il contesto, sulla musica, sullo spettacolo che è stato creato attorno alla sfilata.

Lo show di Dior inorgoglisce qualsiasi salentino, ma anche chiunque ami questa terra:

tutta la nostra cultura è rappresentata, o meglio accennata, quasi come una poesia che delicatamente vuole narrare una storia ed esibire una tradizione che invece, nella sua versione originale, è impetuosa, passionale, battente, a tratti aggressiva, energica.

In questi 26 minuti ho percepito l’essenza più elegante, geniale, spettacolare di una pizzica interpretata egregiamente da cantanti, musicisti e soprattutto ballerini: la musica dal vivo che quest’anno non accompagna la nostra estate, un corpo di ballo espressivo, dapprima lento, quasi impercettibile nei movimenti. Le gonne lunghe delle ballerine in velo, raffinate, moderne e tradizionali nello stesso tempo. Movimenti che si armonizzano perfettamente alla passerella, alle modelle che sfilano completamente indisturbate da ciò che le circonda. Le luminarie maestose che riempiono una piazza immensa, rendendo le persone presenti talmente piccole da farle sembrare sospese in una dimensione altra. Le scritte, in inglese e francese, parlano chiaro:

“You are enough. Breathe”

Sei abbastanza. Respira;

“Time for equality is now”

Il momento dell’uguaglianza è ora

“La differenza per le donne sono millenni di assenza dalla storia”

Frasi semplici e dirette, egregiamente spiegate da un post letto su facebook di Anna Puricella, Giornalista di La Repubblica a Bari che riporto integralmente

Il fazzoletto in testa. Più che nelle luminarie, io la mia “terra del rimorso” l’ho trovata lì: nel fazzoletto di mia nonna, delle nostre nonne, simbolo di fatica e sudore nei campi, prima che di pudore. Le modelle di #Dior lo indossavano quasi tutte. E non era vezzo, era orgoglio. “You are enough. Breathe” era una delle tante frasi che si leggevano fra le luci sfavillanti. “Sei abbastanza. Respira”. Sei donna, non hai colpe, anzi. Non devi vergognarti più. Se vi siete fermati all’effetto sagra, alla pizzica dominante, vi è sfuggito il dettaglio: Dior ha celebrato le donne non tanto nella loro bellezza, ma nella capacità di riscatto. Le tarantate lo sanno bene: cresciute senza voce, sottomesse e subalterne, si potevano far sentire solo fingendosi isteriche, malate. Remissive, da guarire. Fra i tamburelli e le coreografie, durante la sfilata, le loro urla però si sono sentite benissimo. Urla, non canto. Però ora hanno alzato la testa, le tarantate, come le modelle. Fiere, proprio perché donne. #weshouldallbefeminists #mariagraziachiuri

 

E mentre leggevo queste parole, ascoltavo Giuliano Sangiorgi intento a interpretare una canzone a cui tengo particolarmente, perché mi ricorda la mia amatissima Polignano, ma soprattutto esprime il dolore e la voglia di rinascita che ognuno di noi ha almeno una volta provato nella vita: è lì in quelle parole di Domenico Modugno e la sua Meraviglioso che mi scattano dei pensieri.

Ho visto un mix densissimo di estro, arte, duro lavoro:

salentini che per emergere hanno dovuto lasciare questa terra, emigrare, spostarsi in quelle parti del mondo in cui potevano essere ascoltati, conosciuti, apprezzati.

Trasferimenti che sono stati fonte di dolore, ma anche di tante magnifiche soddisfazioni.

Ma senza quegli spostamenti, molti di loro difficilmente sarebbero riusciti a esprimersi e a farsi conoscere per il proprio merito.

Allora il pensiero è stato automatico, così come ha sottolineato anche la giornalista Puricella descrivendo le donne tarantate: “cresciute senza voce, sottomesse e subalterne, si potevano far sentire solo fingendosi isteriche, malate. Remissive, da guarire”.

Questa remissione è malattia che oggi colpisce i centinaia di lavoratori del Meridione, del Salento:

quanti ragazzi volenterosi, capaci, preparati non riescono ad emergere, ad avere una degna carriera professionale? Quanti di loro sono costretti a scegliere se trasferirsi al Nord per cercare di realizzarsi oppure rimanere al Sud, accettando condizioni di lavoro che ledono la stessa dignità dell’uomo? Quanti potenziali manager sono oggi costretti, per dare da mangiare ai propri figli (parliamo di racimolare un fisso da almeno 700 euro per campare), ad accettare lavori poco qualificanti?

Nel Salento il mercato del lavoro è ancora fatto, in gran parte, di schiavi e padroni:

se rimani al Sud devi accettare che questo passa il convento. Non esiste formazione, non esiste progettualità: nessuno vuole credere nelle persone, nessuno insegnare loro come va svolto quel lavoro, eppure tutti si lamentano che non ci sono professionisti e lavoratori.

E nel frattempo, passano mesi ed anni, i nostri figli crescono con la convinzione che il mondo del lavoro sia solo questo:

  •      accettare la nuova schiavitù
  •      abbandonare qualsiasi sogno professionale
  •      scegliere tra la carriera o la maternità
  •      rinunciare alla propria felicità
  •      rinunciare ad essere persone fiere di se stesse

Meno male che questo discorso non vale per tutte le realtà salentine e  pugliesi.

Ci sono quelle corrette, trasparenti, quelle che investono sul personale e sulla loro formazione, quelli che ti accolgono come una di famiglia e ti aiutano nel percorso di crescita anche professionale. Ci sono ma sono ancora troppo troppo poche!

Ma come ogni cosa ha un suo ciclo, ecc0 che alla fine tutto trova una sua spiegazione:

i salentini sparsi per il mondo, appena possono, si ricordano delle loro origini e hanno il grande e maestoso potere di ridare dignità a tutti quelli che sono rimasti in silenzio:

ecco come Dior si è ritrovata a Lecce. L’artefice è Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa della casa di moda francese: è lei che ha voluto il Salento, di cui è originaria per parte di padre, e lo ha celebrato in tutta la sua unicità.

Allora penso e mi domando: chissà cosa accadrebbe se le aziende, le multinazionali, gli imprenditori decidessero di investire qui nel Mezzogiorno. Basterebbe solo dare fiducia e coraggio alle persone che vivono qui, in questa terra bagnata dal mare, col sole che riscalda anima e cuore. Fare formazione, investire su giovani e meno giovani che hanno una grande voglia di riscatto. Lo stesso riscatto delle donne tarantate che, nei loro silenzi, nascondevano il loro dolore, salvo sprigionarlo in danze esplosive, estasi di passione, movimento e riacquisizione di sé.

Sarebbe bellissimo poter disporre di nuove fabbriche e industrie; di manager eticamente corretti, consapevoli della mentalità della nuova forza lavoro, 

immaginate, se tutto ciò accadesse, quante persone non sarebbero più costrette ad andare via, quanti bambini diventerebbero liberi di inseguire i loro sogni, quanti malati potrebbero ricevere cure adeguate a pochi chilometri da casa, quante mamme potrebbero scegliere di essere anche donne in carriera. Un popolo dal grandissimo potenziale, unito, vicino, solidale.

Utopia per la maggior parte, un progetto per cui vale la pena combattere per alcuni pazzi (come me), festeggiando con tanto orgoglio eventi del calibro della sfilata di Dior e fiduciosi nel futuro, #nonostantetutto

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