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Come attirare i talenti professionali: cosa NON fare – Parte 2

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Nella prima parte di questa rubrica vi ho raccontato della mia fallimentare collaborazione con un’azienda del Nord italia, il cui titolare ha deciso di fare a meno delle mie prestazioni poiché… infastidito dal mio accento meridionale.

A dire il vero, però, non è questo l’unico elemento preoccupante che ho avuto modo di percepire nel corso della mia (molto breve) collaborazione con la società in questione.

Vi parlo, infatti, di un marchio totalmente incapace di dimostrarsi talent acquisition, ovvero che non riesce a convincere i migliori professionisti del settore a lavorare per l’impresa in questione.

I motivi? La tendenza alla discriminazione territoriale è solo uno di essi… e forse neppure il più grave, per quanto clamoroso sia.

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Totale mancanza di consapevolezza

Avevo intuito fin da subito che il lavoro non sarebbe stato dei più gestibili. A sentire il titolare, la sua non è una semplice azienda, è quasi un mondo fatato, mancano solo gli unicorni. L’uomo parla di un’impresa sanissima, leader di mercato ed esempio virtuoso sotto ogni punto di vista: ambientale, produttivo, tecnologico. Probabilmente, in passato è davvero stato così, forse negli anni scorsi l’azienda ha dettato la linea nel proprio settore, ergendosi a modello virtuoso per i suoi competitor. Ma gli anni sono passati e quella con cui ho avuto la possibilità di interfacciarmi io è tutt’altro che una realtà al passo con i tempi: non esiste un vero e proprio management, gli impiegati non dimostrano alcuna affezione per il proprio lavoro, i metodi di gestione del comparto HR – e non solo – sono desueti e inefficaci. Ciò che è peggio, la proprietà sembra non ravvisare nulla di tutto ciò e insiste a ribadire il proprio orgoglio nel dirigere un’impresa di assoluta rilevanza e modernità. Insomma, il vero problema sta nella spropositata difformità tra l’immagine del marchio percepita dai vertici e la reale condizione in cui esso versa.

Questo cosa comporta?

La totale mancanza di aderenza tra ciò che la proprietà pensa della propria azienda e l’appeal che realmente essa esercita all’esterno è senza dubbio un grosso problema. Il vero problema. Un problema serissimo. Purtroppo, non c’è modo di avviare un dialogo proficuo con il comparto decisionale e i miei consigli vengono percepiti come critiche, rimproveri o persino come atti di imperdonabile saccenza. Mi ritrovo costretta a gestire un l’assoluta diffidenza da parte dei committenti, cui si accompagna una reticenza inscalfibile nel mettere in discussione le proprie convinzioni: il titolare non ha alcuna intenzione di mettere in discussione il suo modo di vedere la società di cui è in pieno controllo; neppure l’incapacità di dimostrare talent acquisition lede la sua sicumera: “se i professionisti non accettano di lavorare per noi – sostiene l’uomo – vuol dire che non hanno compreso l’opportunità che gli è stata offerta. Peggio per loro!

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Così proprio non va

Chiaramente, un simile approccio, del tutto sprovvisto di senso critico e della fondamentale capacità di mettersi in discussione – capacità di cui qualunque imprenditore dovrebbe essere provvisto – zavorrano l’azienda. Intendiamoci, si tratta comunque di una società sana, in grado di proporre prodotti di qualità e di rivaleggiare con i propri concorrenti di mercato. Non possiamo sapere, però, per quanto tempo il brand sarà in grado di mantenere il proprio collocamento sul mercato: le altre imprese continuano a crescere, evolvono, si rinnovano nei metodi, nelle tecniche e nelle procedure, mentre quella di cui vi racconto resta ancorata a logiche che, via via, si fanno sempre più vetuste e inappropriate per i ritmi di produzione odierni. La chiusura al confronto e l’incapacità di aprirsi all’innovazione rischiano seriamente di ancorare la società nelle secche dell’obsolescenza. Spessissimo, la presa di consapevolezza da parte del management avviene quando i danni sono ormai irreparabili e l’impresa non è più in grado di sostenere i ritmi del mercato. E tutto, solo per un eccesso di tracotanza.

 

Foto di www_slon_pics da Pixabay


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