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Come attirare i talenti professionali: cosa NON fare – Parte 1

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Come attirare i talenti professionali: cosa NON fare – Parte 1

Come dovrebbero comportarsi le aziende per attirare i migliori talenti professionali in circolazione? Perché un profilo di alto livello possa accettare un incarico presso una realtà d’impresa, è sufficiente fare leva sull’aspetto economico?

Diciamolo subito: la risposta è ‘No’.

Quando si parla di professionalità di primo piano, di professionisti in possesso di skills difficilmente reperibili sul mercato del lavoro, i soldi non sempre sono una discriminante in grado di fare la differenza. Ciò è facilmente comprensibile: un collaboratore esperto, conteso e ambito da più fronti, sarà portato a cercare di trarre maggiori vantaggi possibili dalla propria posizione di forza, ed è giusto che sia così. Vantaggi che, certo, hanno anche a che fare con un lauto stipendio, ma anche con una serie di benefits e di condizioni che trascendono la busta paga: qualità dell’ambiente di lavoro, prestigio dell’azienda e della posizione offerta, possibilità di ulteriore crescita di carriera.

Se il concetto può sembrare incredibilmente intuitivo e condivisibile in linea teorica, lo è molto meno all’atto pratico. Immagino che molti di voi faticheranno a crederci, quindi non resta che raccontare un aneddoto estremamente esemplificativo sulla questione.

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Perché nessuno mi vuole?

Azienda del Nord Italia. Fin dai primi contatti con il titolare, intuisco che qualcosa non va. Non so esattamente decifrare le ragioni della mia irrequietezza, ma in modo epidermico intuisco che la collaborazione non sarà delle più gestibili. L’azienda in questione è in cerca di un profilo di primo livello, un ruolo manageriale, di prestigio. Insomma, non si tratta di un profilo junior, il ruolo vacante è appetibile, altamente remunerato e garantisce anche una serie di benefits aziendali che farebbero gola a chiunque. Ciò nonostante, l’azienda fatica a convincere i professionisti ad abbracciare il progetto. La sensazione a pelle che inizialmente mi aveva agitato, man mano si fa più persistente.

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Che, per caso sei meridionale?

Dopo i primi – infelici – approcci, però, non avevo ancora idea di quanto le cose sarebbero potute andare male. Assurdamente male. Ho avuto a che fare con la persona che guida l’azienda già in svariati incontri, certamente non è scattato il feeling. E finalmente capisco perché.

Anno Domini 2020 (non 1920): il dirigente finalmente fa outing e rivela la propria diffidenza nel lavorare con selezionatori meridionali. Già, è così: assecondando una visione che rievoca tristemente la dialettica Terroni – Polentoni del secolo scorso, il signore chiede di potersi relazionare con un HR consultant nato quantomeno al di sopra del Po… L’uomo, fin dai primissimi contatti via Skype, ha notato la mia cadenza non esattamente tirolese e, fin da subito, ha vissuto questo elemento con un certo disagio.

La collaborazione si è immediatamente incanalata su binari sfavorevoli; il tutto, solo sulla base di un pregiudizio: l’uomo non aveva avuto modo di saggiare le mie abilità, di sviluppare un’opinione solida sulle mie capacità professionali, ma si è accontentato di percepire la mia cadenza del Sud Italia per derubricare la mia figura sotto la voce: “professionista non adatto”.

E così il mio incarico è stato revocato. Grazie al cielo. Buon lavoro a chi ha preso il mio posto e un sincero In bocca al lupo!

 

N. B. Questa però è solo la punta dell’iceberg, poiché le difficoltà del marchio a reperire il professionista tanto ambito persistono. Leggete la seconda parte per scoprire il motivo.

 

Foto di www_slon_pics da Pixabay


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