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Colloquio di Lavoro: dare del TU o dare del LEI?

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Colloquio di Lavoro: dare del TU o dare del LEI?

Prima di dire la mia sull’argomento, premetto che si tratta di un dualismo tutto italiano: fuori dai confini nostrani, non esiste dare del LEI. Visto che ci troviamo in Italia, ne possiamo anche parlare, ma teniamo ben presente che, appunto, vale solo qui, per noi.
Sicuramente siamo tutti d’accordo sul fatto che usare il LEI ha dei pro: ci permette di apparire professionali, di mettere le distanze, di rimarcare il rispetto verso una persona, ecc. Durante il colloquio sembra quindi ovvio e sensato che dare del LEI sia la scelta preferibile ed auspicabile per poter sfoggiare tutta la propria professionalità e per porre il giusto distacco tra selezionatore e candidato.
Ma siamo sicuri che sia quella la scelta più azzeccata? Vi anticipo la mia risposta: no, secondo me dare del LEI non ha più molto senso oggigiorno. Ma andiamo con ordine.

Cosa dice il Galateo: quando dare del LEI?

Il Galateo sostanzialmente non aggiunge nulla di nuovo a quello che ci hanno sempre insegnato: dare del lei è giustificato nelle circostanze formali, nei confronti di persone che non conosciamo e con cui non abbiamo confidenza. E fin qui tutti d’accordo. Dare del Lei crea distacco con il nostro interlocutore.

Oggi diamo sempre del TU

Nella realtà di tutti i giorni, tra post, commenti, messaggi vocali e telefonate, l’uso del TU è ormai diffusissimo: scriviamo, chattiamo, commentiamo rivolgendoci a persone che non conosciamo direttamente e lo facciamo dando del TU. Non conosciamo il nostro interlocutore, magari si trova a molti chilometri di distanza da noi, ma nell’immediatezza della comunicazione, utilizziamo in maniera diretta il TU.

Cosa succede durante un colloquio?

Durante il colloquio avviene una trasformazione: il selezionatore diventa, al cospetto del malcapitato candidato, un dio da venerare, talmente distante da sentire l’obbligo di dare tassativamente del Lei.
Visto così, il colloquio di lavoro deve necessariamente essere un momento formale, rigido, di tensione… ma chi l’ha decisa questa cosa?
So benissimo che questo mio approccio, per la maggior parte dei recruiters, suonerà come una bestemmia, ma io voglio invitare, con questo post, ad una riflessione.
Partendo da questi dati, ovvero se è vero che:

  • un selezionatore non è una figura mitologica dotata di poteri ultraterreni, bensì una persona normale che sta facendo un lavoro normale;
  • durante un colloquio, frega poco al candidato della storia del recruiter e della sua esperienza passata (aggiungo questo punto perché in almeno il 90% dei colloqui che ho sostenuto, non so perché, mi sono ritrovata ad avere a che fare con selezionatori che mi parlavano delle loro pregresse esperienze professionali…);
  • il candidato dovrebbe essere messo a suo agio perché sta affrontando un momento, dovendo condensare tutte le sue qualità ed abilità in pochi minuti;
  • il candidato ha come unico interesse quello di ottenere il lavoro;

allora si desume che è fondamentale permettere al candidato di esprimere tutto il suo potenziale, mettendolo a suo agio.

Nolente o volente, dare del LEI crea un muro invisibile, un limite oltre cui non è possibile andare. È così: non ditemi che si può parlare di qualsiasi cosa dando del LEI al nostro interlocutore perché è una boiata pazzesca. Chi riesce a fare ciò, secondo me, è una persona ingessata che usa una difesa verbale per paura di essere attaccato, nasconde insicurezza, o per lo meno io ho sempre constatato questo, con tutte le persone, di qualsiasi livello, grado, appartenenza, ecc. con cui abbia avuto a che fare in questi termini e con simili dinamiche relazionali. Tutti.

Quindi, a colloquio dare del tu o dare del lei?

La risposta ovviamente non è univoca.
Le regole del gioco, durante un colloquio, ovviamente le definisce il selezionatore. Bisogna ahimè subire anche questo alone di superiorità divina che investe la figura del recruiter, il quale magari nemmeno si degnerà di fornire un suo feedback dopo il colloquio. Con lo stesso potere divino, infatti, dopo l’incontro, il selezionatore scompare completamente, dimenticandosi di te, del tuo colloquio, del tempo che avete trascorso insieme. Puff, sparito!

Pertanto, se avete a che fare con questo genere di selezionatore, ahimè, vi tocca dargli del lei e magari anche leccargli un po’ i piedi. State certi che è quello che vuole.

Se invece vi dovesse capitare di fare un colloquio con selezionatori sui generis come me, sappiate, sin da ora, che il mio primo principio guida è quello del rispetto: rispetto tutte le persone in quanto tali, non ci sono gradi o scalette, siamo tutti sullo stesso piano, facciamo rete, collaboriamo, interagiamo. Il rispetto esula dal pronome, dal dare del lei: posso darti del tu ed essere rispettoso ugualmente. C’era un certo Dante che in suo libro diventato poi famoso utilizzava il Tu con personaggi autorevoli mentre si rivolgeva alla sua amata Beatrice usando il Voi…sono passati diversi secoli da allora, ma è un po’ quello che avviene oggi quando commentiamo un post…diamo del tu perchè è immediato, veloce, democratico.

Il mio secondo principio guida è l’accoglienza e il terzo la partecipazione. Mi piace poter accogliere il candidato in orario, quello concordato, con un sorriso ed una bella stretta di mano (se via Skype, con un saluto con la mano, proprio come quando i bambini fanno “ciao ciao”). Mi piace poter iniziare un colloquio chiedendo al mio interlocutore come sta, se oggi è per lui una buona giornata per sostenere una chiacchierata di lavoro. Perchè, sì, ci sono anche giorni storti, è umano, ma non vuol dire che quella persona non sia valida. Magari mi risponde che ha avuto un problema con la macchina e che si sente nervoso: ha ragione, anche io lo sarei. Così cerco di tranquillizzarlo, di metterlo a suo agio, di capire se ci sono margini per intraprendere subito la conoscenza oppure se sia meglio rinviare. Non mi è mai capitato che qualcuno abbia voluto rinviare l’incontro, ma mi è capitato spessissimo che quelle persone, inizialmente agitate, nervose, tese per il colloquio, per il solo fatto di avergli domandato, dandogli del tu, come stessero e cosa potevo fare io per aiutarle a sostenere il colloquio, mi abbiano poi alla fine ringraziato per essere riusciti a mostrare la migliore versione di loro stessi.


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